I terribili misteri del castello di fumone

Storia di un misterioso borgo medievale ed il suo castello, con le sue leggende e i suoi fantasmi...
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Veduta del centro storico di Fumone. Comune in provincia di Frosinone noto per essere stato luogo di prigionia per papa Celestino V dopo la rinuncia di questi al pontificato.
autore della foto (Claudius Ziehr) [CC BY-SA 3.0] via wikimedia
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Sorge sopra un’altura, circondato da colli ameni ed uliveti, il piccolo e tranquillo borgo medievale di Fumone. È un paese delizioso, dove sembra che il tempo si sia fermato, e le cui origini sono incerte e misteriose; pare che sia sorto come un insediamento del mitico popolo ernico, come testimonierebbero i numerosi reperti ritrovati ed ora conservati nel museo comunale, poi subì l’influsso della potenza di Roma, come gran parte del territorio ciociaro; la sua importanza, però, l’ebbe durante il periodo medievale; infatti, la sua posizione strategica, trovandosi a quasi 800 m. s.l.m. e distante pochi chilometri da Roma, lo resero una fortezza imprendibile. Si narra che Fumone faceva parte di un ingegnoso sistema di comunicazioni per avvertire Roma di un imminente pericolo; infatti, quando avanzava il nemico dalle vicine terre borboniche, a Fumone si accendeva una imponente pira, e dalla sommità di una torre, oggi scomparsa, si levava un denso fumo nero, che avvertiva i paesi vicini dell’arrivo del nemico; il funesto segnale veniva ripreso dai paesi limitrofi, quali Serrone, Paliano, Rocca di Cave fino a giungere a Castel Sant'Angelo, avvertendo Roma dell’avanzata dei nemici.
Da questo evento nasceva il detto “Quando Fumone brucia, tutta la campagna trema!”. Celebri ed eroiche sono anche le strenue resistenze che la cittadina ciociara oppose agli assedi degli Imperatori Federico Barbarossa e Enrico VI. Per questo Fumone nei secoli assunse sempre più un’importanza strategica ed erano molteplici le lotte tra casate nobiliari per averne il dominio ed il controllo; finché non passò sotto il potere della Stato Pontificio, che trasformò il castello presente al suo interno in una delle più terribili prigionie, tanto che essere qui imprigionato equivaleva ad essere condannato ad una delle morti più atroci.
Visitare Fumone ed il suo castello è come fare una delle passeggiate più inquietanti ed insolite del Lazio, con quel suo aspetto austero e solitario, con quell’angosciante silenzio che lo abita, con i suoi terribili segreti e misteri che conserva al suo interno.
Il Castello, oggi appartenente alla famiglia Longhi - De Paolis, era il Palazzo del Governatore, che amministrava il potere civile in nome e per conto del Papato. Appena entrati nell’imponente castello, la prima cosa che vi apparirà d’innanzi è il terribile “Pozzo delle Vergini”, uno stretto e profondissimo pozzo in pietra, sul cui fondo, sembra che fossero infilate lame aguzze. Questo pozzo era la tortura estrema che spettava alle ragazze scoperte “impure”, cioè non vergini, dal signorotto locale, secondo il “Diritto di prima notte”; infatti, secondo questa arcaica legge, diffusa nel Medioevo nei borghi di campagna, le donne appena sposate dovevano trascorrere la loro prima notte di nozze nel letto del potente del paese, e dovevano giungervi vergini, pena la morte, facendole gettare all’interno del pozzo…una straziante morte attendevano le sventurate, ed affacciandoci all’orlo della cavità del pozzo, un misto di terrore e pietà, ancora ci assale.
Ma il peggio, se così si può dire, deve ancora venire…basta entrare all’interno del Castello e la paura assale i visitatori. Un luogo tetro e misterioso, con le sue stanze dipinte di un rosso vivo, quasi sangue, a testimonianza dei terribili segreti che custodisce attraverso i suoi secoli di storia. La leggenda dice che nelle sue mura siano stati sepolti vivi moltissimi nemici del potere locale, che, una volta sconfitti, venivano fatti sparire per sempre, affinché non ne rimanesse né traccia, né ricordo. Si dice che tra queste mura sia sepolto persino l’Antipapa francese Gregorio VIII, che si oppose, nelle lotte di potere, ai Pontefici Pasquale II, Gelasio II e Callisto II; quest’ultimo lo sconfisse definitivamente e lo fece condurre prigioniero, nel 1124, nella Rocca di Fumone, ove, morì nell’oblio più totale.
Ma un’altra tragedia ci attende nella Sala dell’Archivio; qui in una teca, giace il misterioso corpicino di un bambino, il Marchesino Francesco Longhi, morto alla tenera età di 5 anni ed imbalsamato, seguendo un misterioso ed oscuro metodo di mummificazione, ancora oggi non chiaro, visto che il medico stesso che compì l’estremo gesto dell’imbalsamazione, morì in circostanze misteriose pochi giorni dopo, senza lasciarci nessuna traccia scritta.

Ma il perché un bambino riposi eternamente, all’interno di una sala del Castello, e il modo che lo condusse alla morte squarciano il velo su un’altra terrificante storia che questo posto lugubre conserva. Egli fu il settimo figlio del Marchese Longhi, il figlio maschio tanto desiderato, dopo sei femmine. La sua nascita aveva riempito di gioia il cuore della madre e del padre, che tanto lo avevano desiderato, ma aveva anche, riempito di odio il cuore delle sue sorelle che vedevano in lui un potenziale nemico. Infatti, egli avrebbe ereditato tutti i beni di famiglia, costringendo le sue sorelle o a matrimoni combinati, in nome di interessi politici, o a prendere i voti.
L’odio fu così grande in loro, che ordirono un terribile piano: ucciderlo. E lo fecero nel modo più ambiguo e torbido, quotidianamente, senza lasciare tracce apparenti del loro misfatto; infatti, mettevano, ogni giorno, nel pasto del piccolo Marchesino, minuscoli pezzetti di vetro, che in poco tempo furono la causa di primi dolori, che divennero sempre più atroci, sino a trasformarsi in una lenta agonia che lo condusse a morte. La madre, allora, straziata dal dolore causato dalla perdita di quel figlio tanto atteso ed amato, ordinò, disperata e delirante, che venisse imbalsamato mediante la cera, affinché la sua memoria non cadesse nell’oblio.
E pare che, sia l’anima del fanciullo sia quella della madre non abbiano mai abbandonato il Castello; infatti, capita spesso, che piccoli oggetti vengano nascosti o spostati dallo spirito giocoso e spiritoso del marchesino. Ma quel che è peggio sono i lamenti e le nenie che si sentirebbero udire in talune notti: sono i pianti strazianti dello spirito della madre, la Marchesa Emilia Caietani, che dopo il terribile lutto non ha più trovato pace e di notte, viene a cercare l’amato figliolo. A questi lamenti si uniscono le urla angoscianti delle anime dei prigionieri morti nei sotterranei del castello, che dopo la loro tormentata vita terrena, non riescono a trovare ancora l’eterno riposo, raggelando, così, il sangue di chi ha la fortuna o la sfortuna di udirle.
Ma il Castello di Fumone è tristemente noto anche per un’altra terribile vicenda storica e politica; infatti, divenne la dura prigionia di Papa Celestino V, il Papa che “fece il gran rifiuto” e nel 1295 rinunciò alla tiara, ritirandosi a vita privata ed ascetica. Le motivazioni e i giochi politici che portarono l’umile monaco al soglio pontificio, sono noti a tutti, come a tutti sono note le motivazioni che spinsero Papa Celestino V ad abbandonare la tiara per ritirarsi a vita privata; troppe erano le pressioni e i giochi politici a cui doveva sottostare e non avendo né la forza di combatterle né di sottostare, diplomaticamente ad essi, decise per il grande gesto, tornando alla sua vita monacale. Il suo successore, Papa Bonifacio VIII, ciociaro di origini, essendo nato ad Anagni, decise di farlo arrestare e condurlo prigioniero a Fumone; infatti, nei precari equilibri politici in cui viveva il suo papato, non poteva permettersi di avere un Papa vivo e vegeto in giro, che avrebbe potuto anche reclamare la sua autorità, riaprendo antiche lotte intestine; così decise per l’arresto e lo fece in maniera “spettacolare”, quasi a voler manifestare la sua forza politica e militare: mille uomini armati di tutto punto condussero il povero monaco, in groppa ad un asinello, nella prigione di Fumone e qui vi rimase sino alla sua morte. La cella che ospitò l’ultimo periodo di vita di Celestino V danno l’idea della durezza della prigionia a cui dovette sottostare: un’angusta e fredda celletta in cui subì ogni sorta di tortura e privazione. La storia narra che il giorno della sua morte avvenne uno straordinario prodigio, interpretato come presagio della morte del Papa sfortunato: apparve infatti, una croce splendente, che rimase sospesa in aria innanzi alla porta della cella ove egli era rinchiuso, fino a quando il Santo Padre non morì. Furono in molti ad accorrere, successivamente, al processo di canonizzazione di Papa Celestino V, narrando del prodigio, e tra questi, ci furono persino i due cavalieri, messi a guardia della sua cella; era l’ultimo tentativo di riparare alle ingiustizie che subì questo grande Papa, la cui vita, per molti aspetti, rimane ancora avvolta nel mistero.
Dopo questo viaggio terribile tra le stanze e i sotterranei del Castello, avvolti in misteri, leggende e storie di fantasmi, appare benefica l’uscita all’aria aperta, immergendoci nel verde della natura del giardino pensile più alto d’Europa, da sempre conosciuto come “la terrazza della Ciociaria”: da qui, lo sguardo può abbracciare l’intera provincia di Frosinone, e nelle giornate più terse, compaiono all’orizzonte, la sagoma della Cupola di San Pietro a nord mentre a sud si intravede la vetta del Vesuvio. E immergendosi nella rigogliosa natura di questo meraviglioso giardino, tra gli alberi secolari, l’anima può trovare un po’di pace dopo i turbamenti vissuti all’interno del Castello, e anche la vista stessa del tetro maniero ci apparirà ora meno minacciosa.

Fonti:
"Lazio: i luoghi del mistero e dell'insolito" di Daniela Cortiglia e Luca Bellincioni

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